Dichiarazione dell'artista

La mia pittura nasce dall’accumulo di oltre 40.000 dialoghi.

 

Nel corso di molti anni ho instaurato un confronto profondo con migliaia di persone, ascoltando attentamente le loro voci. Speranza, ansia, perdita, amore, conflitto e decisioni capaci di cambiare il corso di una vita: ciascuno di questi incontri si è sedimentato nel mio corpo.

 

Non dipingo le storie di queste persone. Accolgo le tracce che il dialogo ha inciso nel mio corpo e le trasformo in pittura.

 

Dipingo non con il pennello, ma direttamente con le mie mani. In questo modo, la memoria di innumerevoli dialoghi si trasforma in colore astratto e in tracce corporee. Sulla superficie dell’opera rimangono impressi i gesti, i silenzi e quella tensione indicibile che nasce nell’istante in cui due esseri umani si incontrano.

 

La mia pratica artistica si fonda sullo spirito giapponese del wabi-sabi: un’estetica che accoglie la bellezza dell’imperfezione, dell’impermanenza e di ciò che rimane irrisolto. Attraverso questa prospettiva, il mio intento non è rappresentare l’individuo, bensì la società stessa, così come prende forma attraverso la stratificazione delle esperienze umane.

 

Definisco questa pratica “L’Astrazione della Società” (The Abstraction of Society).

 

Si tratta di un processo creativo in cui i dialoghi con gli altri si accumulano nel corpo e, successivamente, si materializzano come pittura. Anziché astrarre l’interiorità del singolo individuo, propongo una forma inedita di astrazione: l’astrazione della società stessa, che emerge da oltre 40.000 dialoghi.

Concept artistico

La mia pittura cerca di rimanere in uno stato precedente al compimento o all’armonia. In essa esistono ansia, disperazione, conflitto, oscillazione e un respiro che non si è ancora spento. Non dipingo questi elementi come qualcosa di risolto; desidero piuttosto trattenerli sulla superficie come condizioni che continuano a esistere mentre vengono ancora portate con sé.

Nella mia pratica recente, la sensazione di “incompiutezza” è diventata sempre più importante. Tuttavia, questo non significa qualcosa di non finito o abbandonato a metà. Al contrario, è un modo per assumere consapevolmente la pressione con cui l’immagine tende a chiudersi in una conclusione stabile, e allo stesso tempo non chiudersi completamente, non risolversi del tutto, non equilibrarsi pienamente.

Ciò a cui aspiro non è la presentazione di un ordine compiuto. Collisioni di colore, stratificazioni di tracce, interruzioni del movimento, squilibri di densità e spazi lasciati aperti—questi elementi eterogenei non vengono organizzati in un’unica risposta, ma continuano a coesistere all’interno della stessa superficie. In questo vedo qualcosa di vicino al modo in cui gli esseri umani vivono nella realtà. Non risolviamo completamente le ferite o le fratture prima di andare avanti; più spesso proseguiamo nel tempo portandole con noi. Per me, la pittura è uno spazio per accogliere nuovamente queste condizioni irrisolte, non come negazione, ma come affermazione.

In questo senso, “incompiutezza” non è soltanto un’impressione nel mio lavoro, ma sta diventando una decisione strutturale che permette al dipinto di esistere. Fino a dove procedere, dove fermarsi, cosa lasciare irrisolto, quali conflitti mantenere e quali spazi preservare come respiro—attraverso queste scelte, esploro la possibilità di una pittura che si costituisce proprio nel non chiudersi.

Nella mia pratica attuale, sto approfondendo questa “affermazione dell’incompiuto” come un tema seriale. Sebbene ogni opera differisca per colore, struttura, temporalità e densità emotiva, la domanda rimane costante: come può un dipinto emergere pur contenendo ciò che non può essere risolto? Per me, l’affermazione non indica semplicemente luminosità o salvezza. Si manifesta come ciò che non crolla del tutto, come il persistere del respiro, come la presenza di aperture anche nell’eccesso, e come l’accoglienza dell’esistenza senza cancellarne le ferite.

La mia pittura non intende presentare un unico mondo compiuto. Piuttosto, cerca di creare uno spazio in cui emozioni multiple, temporalità multiple e molteplici tracce coesistono senza chiudersi completamente. Questa incompiutezza non è una mancanza, ma una forma per rimanere aperti—ed è in essa che riconosco l’urgenza che la pittura può ancora possedere oggi.

Commento critico

La pittura di Hiroko Saigusa nasce da un punto di partenza diverso rispetto all’astrazione convenzionale.
Tale origine risiede nella sua lunga esperienza di dialogo come praticante della divinazione.

Avendo incontrato più di 40.000 persone, la sua attività l’ha portata a confrontarsi con esperienze umane concrete: l’amore, la famiglia, il lavoro, la malattia e le scelte della vita.
Questi dialoghi si sono accumulati nel corpo dell’artista e, nel tempo, emergono nell’atto pittorico sotto forma di movimenti fisici.

Le opere di Saigusa non rappresentano individui specifici né narrazioni determinate.
Tuttavia, sulla superficie pittorica affiorano, in forma di tracce, emozioni, tensioni e speranze raccolte nel corso di anni di dialogo, manifestandosi attraverso il gesto e il fluire del colore.

In questo senso, la pittura di Saegusa non si configura come espressione di un’interiorità personale.
Può piuttosto essere intesa come la fissazione, su un piano astratto, delle esperienze umane generate dal dialogo.

Le figure umane non sono rappresentate, ma molteplici frammenti di vite si sovrappongono sulla superficie.
L’opera di Hiroko Saigusa può così essere letta come un paesaggio emotivo della società, costituito dall’accumulo di esperienze anonime.